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Il comune di Canischio appartiene a: Regione Piemonte - Città metropolitana di Torino

Storia

L'origine di Canischio è assai remota, basti pensare che è tradizione radicatissima e tramandata nella memoria di tutti i valligiani il fatto che Adelaide di Susa abbia trascorso qui i suoi ultimi anni.
Pur non essendoci documenti scritti che comprovino questa trasmissione orale di notizie, molti storici, tra cui il Pingone, il Guicheron, il Della Chiesa Agostino, il Tesauro e il Denina, sostengono che la celebre contessa soggiornò ed ebbe il suo sepolcro in Canischio nel 1091. Ma della sua tomba non si hanno notizie: si congettura però che fosse sepolta nell'antica parrocchiale di Santo Stefano, costruita a monte del Castello della Sala, in frazione Fogliasso, che sarebbe stata la residenza privilegiata di Adelaide.
L'ultima casa della frazione è chiamata l'èra dei prinse, ovvero l'aia, il cortile dei principi; e il sottostante torrente Brovino forma la guja 'd la regina, dove la tradizione vuole che Adelaide portasse i cavalli ad abbeverare. Da questo punto del torrente parte un tubo di terracotta che portava l'acqua alla frazione Fogliasso.
Sia il Castello della Sala che la Chiesa di Santo Stefano sono stati distrutti ed oggi non ne esistono più tracce.

Adelaide di Susa, figlia di re Arduino, andò in sposa in terze nozze ad Oddone di Savoia, conte della Moriana, recandogli in dote il marchesato di Susa, la contea di Torino e la marca del territorio Canavese.
Furono i figli concepiti con il terzo marito a trapiantare in Italia l'antica Casa Savoia.
Su di lei sono fiorite diverse leggende: pare che cavalcasse come un uomo, tanto da essere considerata il maschio di famiglia.
Il Semeria dice che la celebre castellana, prima di morire, "ordinò di gettare una campana d'argento, da porsi sulla torre della Chiesa di Canischio. Volle assistere alla fusione del metallo e ad un tratto gettò nel crogiolo un vestito di seta costellato da làmine d'oro. Si ottenne una campana così squillante che i Francesi durante l'occupazione del Piemonte la vollero predare come bottino di guerra. Ma le mulattiere in quei tempi erano talmente impervie che i muli, recanti il sacro carico, rovinarono per la scarpata. Fu così che i soldati desistettero dall'impresa ed i Canischiesi, nel 1802, per timore che venisse nuovamente rapinata decisero di fondere la campana e di distribuirne il valore ai poveri."
Secondo altri, tale campana esisteva solo più nel 1600;secondo la tradizione, era detta la "Brettona" e recava incisa l'epigrafe "Adelaide me fecit".
L'Armandi, autore di una "Guida del Canavese" edita nel 1887, asserisce che, da notizie ricavate dall'archivio comunale, sui ruderi del Castello della Sala, ove si spense la marchesa nel 1091, si leggeva ancora nel 1731 l'epigrafe "OLDERICUS MANGIFREDUS, COMES TORINI, FIERI MANDAVIT".
In altre carte di detto archivio, vedute dal Colombo, si annotava che Orazio Silvesco, dei signori di Salto e Canischio, nel 1570 avrebbe fatto trasportare a Cuorgnè in casa sua le seguenti iscrizioni romane, trovate forse fra le rovine di detto castello:
DIANAE ET GENIO LOCI
SACRVM
L. MINDIVS. SVPERNVS
PATER ET
CORNELIA SOTERIS
______
STATI
F
SECVN
DA PIA
SVIS
V. A. XXX
______
BASSI
F
QVAR
TA PIA
SVIS

Queste iscrizioni andarono perdute, "come pure un morione, un elmo di ferro ed altri arnesi guerreschi, che il Casalis notò conservati nell'Archivio del comune; l'elmo fu cambiato con un tamburo ad uso del Municipio."
"Nel luogo ove esisteva la chiesa" prosegue l'Armandi "cioè alquanto più in su del castello, pure più nulla vedesi, salvo un fienile, quantunque il Denina nel 1775 ancora avesse veduto la tomba meschina di Adelaide. In tale stato non mi rimane che di esclamare col Paravia: -Ed oh perché mai del luogo, ove era un dì il suo sepolcro non rimane oggi più traccia! Perché la ventura, che ebbe ora fa quasi un secolo, il mio illustre predecessore, il Denina, di vedere la vetusta chiesa di Canischio o l'avello di Adelaide, perché mai questa ventura fia al suo successore negata?- Ma vero è purtroppo che chiesa e tomba sono oggi sparite."
Gli scavi, promossi dal Colombo e forse da altri per trovare la salma di Adelaide, "oltre non esser stati coronati da successo, fecero scomparire ogni sorta di traccia. Qualche cronista noterebbe che anche in detta chiesa sarebbe stata sepolta la consorte del conte Federico di Monzone, principe Lorenese, la quale sarebbe stata nipote di Adelaide; ed altri dice anche detto Principe sepolto in Canischio."

Il canonico Colombo fin dal XII secolo scrisse che "il padre benedettino Giovanni de Ambrosys avrebbe notato che la marchesa Adelaide, ritiratasi in Valperga, qualche volta si portava a piedi scalzi al piccolo Monastero di Colberg, distante due miglia, per onorarvi la Madre di Dio, il quale fu poi detto Belmonte".
Il Pingonio, sulla fede dell'annotatore della cronachetta di Fruttuaria, scrisse nell'Augusta Taurinorum che "nel 1080 Adelaide si ritirò in Valperga; ma il Della Chiesa, il Terraneo ed altri tennero per Canischio, ed alcuni la vogliono sepolta in San Giovanni in Torino."
Prosegue l'Armandi: "Il Muletti la disse sotterrata nella Chiesa di San Pietro in Canischio, appoggiandosi ad Agostino Della Chiesa, ma sotto questo titolo non sarebbe esistita la chiesa in Canischio, bensì a Chianosco ora Chianoc, nella valle di Susa."
Il Denina "pubblicò che Adelaide, negli ultimi anni suoi, esclusa dalle paterne ed avite possessioni, si rifugiò primieramente in Valperga, donde, per timore forse d'essere sorpresa dagli Svevi, padroni del contado di Torino e di Susa, si ritirò e finì i suoi giorni in un tristo villaggio, chiamato Canischio, nella cui chiesa parrocchiale asserisce essergli stato mostrato (1775) il suo meschinissimo monumento sepolcrale, non troppo disconvenevole dello stato di abbandono in cui visse gli ultimi anni suoi."
L'Armandi si interroga: "non è credibile che sì tanto donna, la quale i Pontefici avevano soprannominata la figlia di San Pietro, potentissima ancora nel 1089, e che nel 1091 riedificava il monastero del Villar di S. Costanzo e che, secondo Ogerio Alfieri, negli ultimi anni per la seconda volta avrebbe sfogato la sua ira contro gli Astesi, incendiando loro la città, fosse stata così derelitta. Ma d'altra parte Canischio allora poteva essere terra di qualche importanza, risultando più tardi capocastellata."
Il Pingone annoterebbe "essersi ritirata colà a cagione della peste" e "la sua morte", secondo il Cibrario, "sarebbe avvenuta addì 19 x.bre 1091". L'Armandi conclude: "Forse Adelaide può esser stata sorpresa dalla morte, essendo decrepita, mentre trovavasi in Canischio, ove poteva essersi rifuggita per cagione di peste, o per divozione al Santuario di Belmonte, o per visitare i Conti Canavesani, e può temporaneamente essere stato il suo corpo sepolto nella Chiesa di Canischio, ma dopo sarà stato trasportato in Torino. In fatto, alcuni scavi, fatti dal Colombo e dai parrochi, non diedero mai traccia del suo cadavere."

Racconti di guerra

I ricordi degli anziani nell'agosto del'44 i tedeschi, che si erano stabiliti nell'albergo "Argentino", bruciarono tutte le baite per rappresaglia perchè a Sale, vicino alla segheria, l'ufficiale tedesco era stato ucciso dai partigiani. Col rastrellamento vennero presi molti uomini, tutti anziani, perche i giovani o erano in guerra o erano prigionieri o erano emigrati da tempo in altri Paesi. Vennero tutti portati davanti la chiesa di Canischio per essere fucilati, ma per fortuna intervenne il parroco, don Giuseppe Bosco, che riuscì ad ottenere il rilascio dei prigionieri.
Pochi giorni dopo i tedeschi salirono da Pratiglione durante il coprifuoco; non c'era nessuno per strada, perche dopo le cinque del pomeriggio non si poteva uscire e una sentinella era sempre di guardia sul campanile del paese.
Un altro giorno sempre i tedeschi spararono da Carella, perche avevano visto movimento verso Canischio, un uomo anziano che pascolava le capre fu ucciso perche si trovò proprio tra il fuoco dei tedeschi e quello dei partigiani. Spararono anche da Cuorgnè con il mortaio, ma per fortuna il colpo finì in nel prato e non provocò alcun danno.
A Canischio non c'erano partigiani del posto perchè gli uomini erano in guerra o emigrati, allora il paese veniva difeso da giovani delle località vicine. C'era anche una compagnia di serbi che rispondeva attivamente agli attacchi tedeschi. Invece a Forno erano gli stessi partigiani del luogo a rispondere agli avversari. "Mi ricordo anche" - racconta un ' anziana -"che in paese era venuta una famiglia di sfollati, erano ebrei, persone tranquille e discrete. qualcuno, non di Canischio però, li denunciò e vennero arrestati tutti, tranne un bambino piccolo che era stato nascosto e poi fu allevato dalla signora Boggio.
Le provviste di quella povera famiglia furono messe a disposizione per essere distribuite in paese, ma nessuno di noi prese nulla, perche ci avevano fatto pena quelle persone.
Poi, finalmente, il peggio della guerra passò: i tedeschi da Cuorgnè si ritirarono verso Ivrea".

La battaglia di Canischio

nella ricostruzione di Gimmy Troglia)
Il combattimento si svolse il 30 luglio del'44 sull'asse della strada da Cuorgnè a Canischio. La causa fu un' azione di rastrellamento in forze, effettuato dai fascisti dopo l'attacco partigiano del 25 a Chivasso eseguito da formazioni provenienti dalle zone di Canischio e Pont.
Il 29 luglio molte forze fasciste in trasferimento verso le zone di rastrellamento, vennero fermate a Valperga dalle fonnazioni Bellandy (Giustizia Libertà), Piero Piero (Matteotti) ed altri minori. Gli scontri furono alquanto disordinati, essendo mancato da parte partigiana il necessario collegamento tra le varie formazioni operanti.
All'imbrunire i partigiani ricevettero l'ordine di ritornare alle basi di partenza, così i fascisti, entrati in Valperga bruciarono, per rappresaglia, una ventina di case.
Olivero (Giuseppe Brusasco), che era di vedetta a Belmonte dalle 22 alle 24, notò verso le 23 l'arrivo da Busano di una trentina di automezzi (visibili nonostante i fari fossero oscurati). l'arrivo dei rinforzi significava che i fascisti avrebbero effettuato il rastrellamento nonostante la battuta d' arresto subita.
Le forze in campo erano così costituite:

Per i partigiani:
i gruppi "Giustizia Libertà" di Walter (circa venti uomini, cinque mitra, quindici moschetti, qualche rivoltella e qualche bomba a mano);
di Olivero (circa trenta uomini, un mitra, ventinove tra fucili e moschetti, qualche rivoltella e bomba a mano) con il rinforzo di circa trenta cecoslovacchi (armamento personale completo e due mitragliatrici);
il commissario di Giustizia Libertà, Gimmy.
I cecoslovacchi avevano disertato dall'esercito tedesco da alcune settimane e si erano uniti alla formazione comunista di "Nino il Vercellese" a Canischio. Alla notizia del rastrellamento questa formazione abbandonò la valle e il maresciallo comandante dei cechi si presentò alla frazione Forest (una frazione di Canischio) con i suoi uomini, mettendosi a disposizione di Olivero.
Gli armamenti non erano sufficienti per tutti i gruppi, quindi molti uomini non furono utilizzati.
Il grosso della formazione Bellandy era impegnato nel combattimento di Pont.

Per i fascisti:
un battaglione della "X Mas" con rinforzo di due pezzi d'artiglieria leggera.
A Pont era dislocato un battaglione, dotato d' artiglieria e mezzi cingolati.
Le forze partigiane erano dislocate sul fianco destro oro grafico della valle, tra Prascorsano ed il posto di blocco di Sale, con il gruppo di Walter; il gruppo di Olivero e quindici cechi, sul fianco sinistro tra Forest e Sale quindici cechi al posto di blocco di Sale.
In un primo tempo il collegamento fu discreto fra il centro e il fianco sinistro; praticamente mancato con il fianco destro, mentre nessun collegamento ci fu con le forze impegnate a Pont.
La mattina del 30 trascorse in allarme, con azioni di pattuglie esplorative e pochissimi colpi sparati; due partigiani in auto, sorpresi da una pattuglia fascista, furono costretti ad abbandonare il veicolo.
I quindici cechi erano fermi al posto di blocco. Olivero con i suoi prese posto al Crest, (sulla strada fra S.Colombano e Sale).Verso le 16 si avvicinò al blocco di Sale l'avanguardia della colonna fascista, in testa alla quale camminava il tenente d'artiglieria Moroni.
I cechi, al riparo dal muretto che costeggia la strada verso Prascorsano, aprirono il fuoco.
li primo a cadere fu proprio il tenente.
Dopo una breve sparatoria, l'avanguardia fascista ripiegò e si disperse verso Prascorsano; lungo il percorso bruciò dei cascinali, ma riuscì a riunirsi col grosso delle forze.
Poco dopo le 16.00 il gruppo Olivero aprì il fuoco su un gruppo di 50 fascisti che precedeva le forze alla retroguardia. Anche i cecoslovacchi uniti ad Olivero aprirono il fuoco con una mitragliatrice che disperse il gruppo fascista, costringendolo ad abbandonare un pezzo d'artiglieria.
I fascisti riuscirono a recuperarlo dopo circa mezz'ora di sforzi e di perdite umane.
I partigiani controllarono sempre il ripiegamento dei fascisti, che cercarono di evitare l'avvicinamento del nemico. La ritirata divenne precipitosa verso le 20, dopo che Olivero con un solo partigiano di scorta riuscì a portarsi al riparo a S. Colombano, a 50 metri dalla strada; con una ventina di brevi raffiche neutralizzò subito una mitragliatrice, piazzata ai margini della strada stessa, e seminò il panico tra i fascisti in ritirata. Mentre Olivero era impegnato in quest'azione personale, Gimmy assunse il comando del gruppo partigiano, il quale verso le 20,30, a metà fra S. Colombano e Buasca, raggiunse la posizione sovrastante, a pochi metri dalla strada. Poco dopo vennero attaccati con bombe a mano alcuni veicoli fascisti che stavano rientrando a Cuorgnè, approffittando dell'oscurità. Olivero si riunì al suo gruppo in quest'azione. I fascisti trovarono notevole difficoltà nella ritirata a causa dell'oscurità; col buio anche i partigiani si ritirarono.